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Dal Chiapas a Parigi: alla ricerca di una nuova vita e di una nuova politica

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Pubblicato: 29.10.2026 06:00

“Ci è stata venduta un’altra menzogna, chiamata storia. La menzogna che la speranza è stata sconfitta, la menzogna che la dignità è stata sconfitta, la menzogna che l’umanità è giunta al termine.”

-Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Prima Dichiarazione Intercontinentale contro l’Umanità e il Neoliberismo - Gennaio 1996

Perché le proteste iniziate dagli studenti delle scuole superiori in Francia si stanno intensificando? Le manifestazioni che si sono diffuse da Parigi alle diverse città europee sono il segnale di un profondo malessere sociale e di un insoddisfazione verso l’ordine costituito? Quali sono le dinamiche economiche, politiche e sociologiche che alimentano questa rabbia? Il rapporto tra la repulsione del Sud povero e l’attrazione del Nord ricco sta cambiando su scala globale? Le reazioni dei giovani che si riversano nelle strade tracciano una nuova linea nelle nuove ricerche sociali e politiche?

In diverse regioni del mondo, i movimenti sociali che spaziano dalle proteste pacifiche alle azioni di “disobbedienza civile” rendono visibili le obiezioni contro l’ordine economico e politico. Il costo della vita, le difficoltà economiche e l’ansia per il futuro approfondiscono il malcontento accumulato nelle società. Le piazze cittadine si trasformano in spazi in cui viene espressa la richiesta di una vita più giusta e umana. Tuttavia, i media mainstream, concentrandosi spesso solo sulle immagini di violenza anziché sulle cause sociali e sulle richieste di questi movimenti, perdono di vista il quadro generale.

La retorica della ‘Fine della Storia’ e la trasformazione neoliberista

Per un periodo si è sostenuto che le ideologie fossero finite, che si fosse raggiunta la fine della storia e che la globalizzazione capitalista avesse ottenuto una vittoria definitiva. L’idea che non fosse possibile un ordine economico e sociale alternativo ha influenzato anche gli orientamenti della politica centrale in Europa. Nelle forti economie dell’Unione Europea (UE) come Francia, Regno Unito e Germania, nonostante i diversi discorsi politici, le politiche incentrate sul “mercato” hanno mantenuto in gran parte la loro presenza. È così che è iniziata la grande regressione.

Le diverse linee politiche di Margaret Thatcher, Tony Blair e Angela Merkel si sono incrociate in determinati periodi nelle politiche economiche orientate al mercato. I costi sociali di questa trasformazione sono diventati evidenti nel tempo. Le disuguaglianze di reddito e di ricchezza si sono approfondite, le funzioni protettive dello stato sociale si sono indebolite e la precarietà si è diffusa in diversi ambiti della vita. Mentre la fiducia nella politica centrale si erodeva, i movimenti populisti di destra radicale, basati sulla xenofobia e sul nazionalismo escludente, hanno guadagnato forza. In Europa, la politica centrale cerca rimedi nella ricerca di un’alternativa sociale e politica efficace di fronte a questa ascesa. Anche il sostegno fornito da miliardari, che detengono potere economico e politico sulle piattaforme digitali, ad alcuni movimenti di destra radicale è una delle dimensioni importanti di questa trasformazione.

Lo stato sociale, rafforzatosi in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha fornito sicurezza sociale attraverso meccanismi come l’istruzione, la sanità, la pensione e l’assicurazione contro la disoccupazione. L’espansione della produzione industriale e dell’occupazione regolare ha sostenuto il contributo della crescita economica al benessere sociale. Tuttavia, nel periodo successivo, la trasformazione nella struttura produttiva, le privatizzazioni e la diffusione di forme di lavoro flessibile hanno esercitato pressione su queste conquiste.

Con il passaggio dal modello di produzione fordista a forme di produzione e occupazione post-fordiste, la sicurezza del lavoro si è indebolita, le relazioni lavorative sono diventate flessibili e la precarizzazione si è diffusa. Il declino dell’organizzazione sindacale e l’indebolimento del potere di contrattazione collettiva hanno facilitato il trasferimento dei costi delle crisi economiche sui lavoratori. Così, nonostante l’aumento della produzione e della ricchezza, le disuguaglianze tra i segmenti sociali si sono approfondite.

A partire dalla fine degli anni ’90, i “movimenti di altermondialismo” in ascesa hanno reso visibili su scala internazionale le obiezioni a questa trasformazione. Questi movimenti hanno sostenuto che la ricchezza creata dalla globalizzazione non fosse distribuita equamente e che il potere economico e i processi decisionali politici fossero concentrati in circoli ristretti. La critica fondamentale alla globalizzazione si basa non tanto sull’esistenza di legami globali, quanto sulla distribuzione ingiusta dei guadagni ottenuti e sul carico sociale imposto alle grandi masse. In questo senso, la lotta contro la disuguaglianza include una tassazione equa dei redditi elevati, un’istruzione di qualità, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e la limitazione dell’immigrazione. Tutte queste richieste riflettono, in sostanza, la ricerca da parte delle società di un ordine equilibrato, forte e giusto nella distribuzione.

Primavera Araba, Gezi e Gilet Gialli: la ricerca di un mondo giusto

La crisi economica globale del 2008, aumentando la disoccupazione e le difficoltà di sussistenza, ha anche approfondito le insicurezze sociali. Ampie fasce della popolazione, che si sono fatte carico dei costi della crisi, hanno portato nelle strade le loro reazioni contro l’ordine economico e politico. Questa ondata, che spazia dalla “Primavera Araba” in Tunisia ed Egitto al movimento “Occupy Wall Street” fino alle proteste in Europa, ha sollevato una domanda comune: se la democrazia si basa sulla volontà del popolo, perché le persone rimangono inefficaci di fronte alle decisioni che determinano le loro vite?

Anche le manifestazioni di “Gezi Park” emerse in Turchia nel 2013 sono state uno degli esempi originali di questa ondata di obiezione globale. Il movimento, iniziato con la richiesta di proteggere il parco, si è trasformato in breve tempo in una vasta reazione sociale che includeva richieste riguardanti il diritto alla città, le libertà, la sensibilità ambientale e la partecipazione ai processi decisionali. “Gezi”, che ha riunito diversi segmenti sociali, ha reso visibile la ricerca di una vita più libera, uguale e partecipativa. Il fatto che si sia sviluppato al di fuori delle organizzazioni politiche tradizionali, che non si sia basato su una struttura di leadership evidente e che abbia riunito diverse tendenze politiche, sono state tra le caratteristiche distintive del movimento.

La Francia, d’altra parte, è stata uno dei centri storici delle lotte per la libertà, l’uguaglianza e la sovranità popolare fin dal “pensiero illuminista” e dalla “Rivoluzione del 1789”. La tradizione del pensiero critico, sviluppatasi con i contributi di pensatori come Rousseau, Voltaire, Montesquieu, Descartes e Sartre, è stata influente anche nella storia delle lotte sociali del Paese. Il cinema di Jean-Luc Godard, specialmente durante il periodo dei movimenti giovanili del 1968, ha reso visibili la rivolta giovanile, le disuguaglianze di classe e le critiche all’ordine capitalista.

L’ansia per il futuro dei giovani

Le proteste iniziate dagli studenti delle scuole superiori in Francia alla fine di settembre si sono diffuse rapidamente in tutto il Paese. Le reazioni ai problemi del sistema educativo si sono unite nel tempo al malcontento per il costo della vita, la disoccupazione e le disuguaglianze sociali. Le manifestazioni, diventate di massa in ottobre, hanno portato all’ordine del giorno le obiezioni dei giovani alle attuali condizioni economiche e la loro richiesta di una vita umana. Anche proteste simili osservate in diversi Paesi europei hanno riaperto il dibattito sul rapporto tra insicurezza economica e malcontento sociale.

I giovani sono sempre più colpiti dalla disuguaglianza di reddito, dall’occupazione precaria e dall’incertezza economica. L’ansia per il futuro non si limita solo ai giovani disoccupati; si diffonde a vasti segmenti, dai laureati disoccupati ai professionisti. L’indebolimento dell’aspettativa di ottenere mobilità sociale attraverso l’istruzione influisce anche sulle visioni future dei giovani e sulla fiducia che ripongono nelle istituzioni.

Secondo il World Inequality Report 2026, mentre il 53% del reddito globale è concentrato nelle mani del 10% più ricco, il 50% più povero ne riceve solo l’8%. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza è ancora più evidente: il 10% più ricco possiede il 75% della ricchezza totale, mentre la quota della metà più povera rimane solo al livello del 2%.

Questi dati mostrano che la disuguaglianza non si limita solo alla distribuzione del reddito e della ricchezza; influisce anche sulle opportunità di istruzione, alloggio, mobilità sociale e partecipazione politica. Pertanto, non è sufficiente spiegare il malcontento sociale solo attraverso indicatori economici. Oltre alle disuguaglianze, devono essere valutati insieme anche i problemi di rappresentanza politica, la sfiducia nelle istituzioni e l’indebolimento delle aspettative per il futuro.

La trasformazione politica della rabbia sociale

Le disuguaglianze che si approfondiscono nelle relazioni di distribuzione, mentre aumentano il malcontento sociale, alimentano nuove ricerche politiche e forme di obiezione collettiva. Mentre i sistemi di partito e i comportamenti elettorali in Europa si trasformano, le appartenenze politiche tradizionali basate sulla classe si indeboliscono; le preferenze politiche si rimodellano attorno a nuove divisioni sociali.

Questa trasformazione non è legata solo alle disuguaglianze economiche, ma anche all’erosione della rappresentanza politica e alla sfiducia nelle istituzioni esistenti. Sebbene le condizioni storiche e politiche dei diversi movimenti, dal Chiapas a Gezi, dalla Primavera Araba alle strade di Parigi, siano distinte tra loro, possono essere discusse attorno a una domanda comune: è possibile una vita più giusta, libera e umana?

Oggi la questione principale non è tanto l’esistenza della rabbia sociale, quanto in quali ricerche politiche e sociali questa rabbia si trasformerà. Se queste ricerche possano creare un cambiamento duraturo dipende da come verranno organizzate le richieste, dall’apertura dei canali di partecipazione democratica e dallo sviluppo di politiche che riducano le disuguaglianze.

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