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Gli standard maschili della vita

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Pubblicato: 13.10.2026 06:00

Chi ha dato forma al mondo moderno in cui viviamo? Chi ha scritto le leggi, chi ha pianificato le città, chi ha tracciato i confini della ricerca scientifica? E, cosa ancora più importante, quale tipo di essere umano è stato preso come riferimento durante tutto questo processo? Quando osserviamo la fondazione del mondo moderno, ci troviamo di fronte quasi sempre alla stessa figura: l'uomo bianco.

Per secoli, specialmente nelle società occidentali, gli uomini che detenevano in gran parte il potere politico, economico e scientifico non si sono limitati a prendere le decisioni; hanno anche stabilito cosa dovesse essere considerato normale, standard e universale. Il corpo maschile è stato accettato come misura del corpo umano; si è presunto che le sue caratteristiche fisiche, i suoi bisogni e le sue esperienze rappresentassero l'intera società. Le donne, invece, sono state viste come un gruppo al di fuori di questo standard, le cui differenze dovevano essere prese in considerazione solo in un secondo momento. Eppure, le donne non sono un'eccezione dell'umanità, ma ne costituiscono circa la metà.

Spesso non ci rendiamo nemmeno conto di quanto questo approccio influenzi la nostra vita quotidiana. Incontriamo le tracce di questa stessa mentalità ovunque: dai farmaci che usiamo alle automobili che guidiamo, dai dispositivi di protezione nei luoghi di lavoro fino agli innumerevoli dettagli della vita di tutti i giorni.

Il problema non è che le donne siano diverse dagli uomini, ma che il corpo maschile sia stato scambiato per il corpo umano in sé.

Ad esempio, quando si studia l'effetto di un farmaco sull'essere umano, quale corpo viene preso come riferimento?

Oggi può sembrare incredibile, ma nel 1977 la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti adottò una politica che limitava severamente la partecipazione delle donne in età fertile alle prime fasi della ricerca farmacologica. Questo approccio è stato modificato solo nel 1993. Tra le motivazioni addotte vi erano le variazioni ormonali e i potenziali rischi di gravidanza. Tuttavia, l'esclusione delle donne dalla ricerca ha comportato importanti lacune informative sugli effetti dei farmaci sul corpo femminile. Perché lo stesso farmaco non agisce sempre allo stesso modo nei corpi maschili e femminili; l'assorbimento, il metabolismo e persino gli effetti collaterali possono differire.

Nemmeno gli smartphone sono esenti da questo dibattito. Man mano che gli schermi diventano più grandi, l'uso con una sola mano può diventare difficile. La dimensione della mano e la portata delle dita influenzano la comodità d'uso di un telefono. Ma quanto vengono prese in considerazione le diverse dimensioni delle mani durante la progettazione tecnologica?

Un problema simile si riscontra nei dispositivi di sicurezza sul lavoro. Dalle mascherine utilizzate negli ospedali ai caschi nei cantieri, dai guanti ai giubbotti protettivi, le misure del corpo maschile sono state a lungo determinanti nella progettazione di molte attrezzature. Le lavoratrici, invece, si sono spesso trovate costrette a lavorare con dispositivi troppo grandi, che limitavano i loro movimenti o che, a volte, ne riducevano persino l'efficacia protettiva.

Anche la discussione sulla temperatura negli uffici è uno degli esempi più interessanti di questo fenomeno. I calcoli del comfort termico utilizzati oggi risalgono agli anni '60. I valori metabolici presi come base in questi modelli si basavano sulle caratteristiche di un uomo medio. Uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Nature Climate Change ha rivelato che questo approccio può sovrastimare il tasso metabolico delle donne. In altre parole, il problema di una donna che sente freddo in ufficio non è sempre una questione di sensibilità personale; potrebbe essere il modello di comfort utilizzato a non rappresentare adeguatamente tutti.

Tuttavia, la questione non si limita ai design che rendono la nostra vita quotidiana più facile o più difficile. A volte, le conseguenze di questi standard riguardano direttamente la nostra incolumità. Ad esempio, le automobili...

Anche la sicurezza delle automobili che usiamo ogni giorno, e su cui trasportiamo le nostre famiglie e i nostri cari, è stata testata per molti anni basandosi prevalentemente sul corpo maschile. Il manichino di base utilizzato nei crash test rappresentava un uomo di circa 175 centimetri di altezza e 78 chilogrammi di peso. I manichini più piccoli, che avrebbero dovuto rappresentare le donne, si basavano spesso su un corpo maschile più piccolo piuttosto che sulle caratteristiche uniche dell'anatomia femminile.

I produttori di automobili misuravano la sicurezza; ma la sicurezza di chi?

Pensateci: due persone che salgono sulla stessa auto, allacciano la stessa cintura di sicurezza e subiscono lo stesso incidente, una donna e un uomo. Diamo per scontato che entrambi siano protetti allo stesso modo. Eppure, le ricerche dimostrano che non è sempre così.

Le ricerche sulla sicurezza stradale condotte negli Stati Uniti rivelano che, in alcuni tipi di collisione, le donne corrono un rischio di lesioni più elevato rispetto agli uomini. Inoltre, questa differenza non deriva solo dalle disparità di altezza e peso; anche il design del veicolo, le posizioni di seduta e i sistemi di sicurezza utilizzati possono influenzare i risultati.

Di conseguenza, il fatto che un'automobile superi con successo i test di sicurezza non significa che offra lo stesso livello di protezione per tutti.

Quindi, questa situazione può essere cambiata?

Il lavoro del produttore automobilistico svedese Volvo offre una risposta notevole a questa domanda.

Dal 1970, Volvo analizza gli incidenti stradali reali; studia come le persone si feriscono e come le caratteristiche corporee e le diverse condizioni di collisione influenzino i risultati. Con l'iniziativa E.V.A. (Equal Vehicles for All) lanciata nel 2019, l'azienda ha messo a disposizione del settore le ricerche sulla sicurezza raccolte nel corso degli anni. Secondo la ricerca annunciata nell'ottobre 2026, che copre oltre 50 mila incidenti e più di 80 mila persone, confrontando i modelli Volvo degli anni '70 con quelli degli anni 2010, il rischio generale di lesioni per le donne alla guida è diminuito dell'88%.

Questo risultato non significa che le automobili siano ormai ugualmente sicure per tutti. Tuttavia, dimostra quanto le tecnologie di sicurezza possano evolversi nel tempo. Ciò che colpisce nell'approccio di Volvo è l'inclusione, in questo processo di sviluppo, delle donne e delle persone con caratteristiche corporee diverse nelle ricerche.

Oggi si stanno sviluppando nuovi manichini per crash test che rappresentano l'anatomia femminile in modo più realistico. Tuttavia, il punto cruciale non è solo produrre nuovi manichini; è rendere questi modelli una parte integrante dei test di sicurezza e della progettazione automobilistica. Perché la sicurezza non si ottiene solo rispettando gli standard; bisogna anche interrogarsi su chi rappresentino quegli standard.

In realtà, è qui che inizia tutto. Per anni, quando un unico corpo umano è stato accettato come misura, il fatto che gli altri non si adattassero a questa misura è stato considerato una loro mancanza. Eppure, a mancare non erano le persone, ma gli standard che non le prendevano sufficientemente in considerazione. Inoltre, la questione non riguarda solo le donne; anche bambini, anziani, persone con disabilità e individui con caratteristiche fisiche diverse possono trovarsi, in modo simile, al di fuori delle definizioni standard.

Il vero progresso nella scienza e nella tecnologia non consiste solo nel produrre automobili più veloci, farmaci più efficaci o sistemi più avanzati. Significa anche essere in grado di mettere in discussione per chi siano progettati questi sviluppi. Perché la sicurezza, la salute e il diritto alla vita di una persona non dovrebbero dipendere da quanto si adatta alle misure corporee di un'altra.

E forse, ormai, non dobbiamo ridefinire l'"essere umano standard", ma chiederci se un tale essere umano standard esista davvero.

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