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Home > Autori > Alp Lüleci > Cucire un sudario su una nazione: Sèvres

Cucire un sudario su una nazione: Sèvres

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Pubblicato: 11.08.2026 06:00

La scorsa settimana ero a Salonicco.

Visitando la casa natale di Atatürk, dopo un po' non si guarda più alla storia, ma a Mustafa Kemal stesso. A un bambino nato in quella casa nel 1881...

In giardino c'è un albero. Si dice che sia stato piantato da Ali Rıza Efendi e che il piccolo Mustafa vi giocasse sotto. Mentre mi trovavo lì sotto, per qualche motivo mi è venuto in mente Söğüt. Quell'albero imponente che, nella narrazione della fondazione dell'Impero Ottomano, cresce nel sogno di Osman Gazi e i cui rami si estendono su tutto il mondo... L'idea di un impero cresciuto all'ombra di un albero a Söğüt si sarebbe chiusa secoli dopo nella vita di un bambino che giocava sotto un altro albero a Salonicco; quel bambino avrebbe fondato un nuovo Stato dalle ceneri dell'impero in declino.

La storia non aveva certo un piano simile. Ma a volte la storia pone davanti all'uomo simboli più potenti dei documenti.

Sono uscito dalla casa e ho camminato per le strade di Salonicco. Il mare, la città che si apre sulla costa, il ritmo delle strade, il profumo dell'Egeo... Stranamente, ho pensato a Smirne, persino a Karşıyaka. Mustafa Kemal perse Salonicco, la città in cui era nato. Sua madre, Zübeyde Hanım, fu sepolta anni dopo sull'altra sponda dell'Egeo, a Karşıyaka.

Certo, non possiamo dire che "fu sepolta a Karşıyaka perché somigliava a Salonicco". Non c'è alcun fondamento storico per questo. Zübeyde Hanım morì il 14 gennaio 1923 a Smirne, dove si era recata per problemi di salute.

Ma dopo aver visto Salonicco, non si può sfuggire al romanticismo di questa coincidenza:

Da una parte la città in cui sei nato... Dall'altra la città in cui tua madre è stata accompagnata nel suo ultimo viaggio... In mezzo, lo stesso Egeo. Per questo motivo, assume un altro significato il fatto che Mustafa Kemal, davanti alla tomba di sua madre, abbia affermato di trovare conforto nel sapere che lei riposava nella terra di Smirne, la cui liberazione era diventata l'obiettivo dell'intera nazione. Perché per comprendere Mustafa Kemal, non bisogna guardare solo alle guerre che ha vinto, ma anche alle città che ha perso.

E poi a Sèvres...

Il trattato di Sèvres, firmato il 10 agosto 1920, era molto più di un pesante testo di pace imposto a un impero sconfitto.

Smirne e i suoi dintorni venivano assegnati alla Grecia, nell'Anatolia orientale si prevedeva l'Armenia, per le regioni a maggioranza curda veniva istituito un meccanismo che poteva spaziare dall'autonomia all'indipendenza, gli Stretti venivano posti sotto controllo internazionale, l'esercito ottomano veniva pesantemente limitato e la sovranità economica e giuridica era soffocata dalle capitolazioni.

Guardando la mappa, la realtà era fin troppo chiara: ai turchi veniva lasciato un territorio, ma non uno Stato sovrano. Questa era la maledizione di Sèvres.

La questione non era solo spartirsi la terra. Era privare una nazione del diritto di decidere del proprio futuro.

Ed è proprio qui che iniziava l'opposizione di Mustafa Kemal.

Chi avrebbe deciso il destino di una nazione?

Londra?

Parigi?

Atene?

La volontà arresa di Istanbul?

O la nazione stessa che viveva in Anatolia?

"L'indipendenza della nazione sarà salvata dalla determinazione e dalla volontà della nazione stessa."

Questa frase non è solo una bella espressione della Guerra d'Indipendenza. È la risposta politica più breve data a Sèvres. Per questo motivo, Sèvres fu innanzitutto respinto nelle menti.

A Erzurum, a Sivas, ad Ankara... Poi a İnönü, a Sakarya, a Dumlupınar.

E infine, il 9 settembre 1922, a Smirne.

La storia ha una strana simmetria. Salonicco, dove Mustafa Kemal era nato, era ormai una città di un altro Paese. Ma Smirne non era più sotto occupazione. Pochi mesi dopo, anche Zübeyde Hanım sarebbe stata sepolta a Karşıyaka, sulla sponda opposta di quella città liberata.

Un figlio non poté riprendersi la città in cui era nato. Ma non permise che la città in cui riposava sua madre appartenesse a qualcun altro.

Non leggo questo come un rapporto di causa-effetto, ma come un potente simbolo che la storia ci pone davanti.

Salonicco era il ricordo della patria perduta. Smirne divenne il simbolo della patria di cui non si è permesso che andasse perduta.

E quando si arrivò a Losanna, al tavolo non c'era più la volontà politica a cui era stato imposto Sèvres.

Oggi sono passati 106 anni da Sèvres.

Mentre mi trovavo a Salonicco, sotto quell'albero che si dice sia stato piantato da Ali Rıza Efendi, forse stavo pensando proprio a questo:

Un albero a Söğüt era diventato il simbolo della nascita di un impero. Sotto un altro albero a Salonicco, invece, giocava un bambino che avrebbe visto la fine di quell'impero e avrebbe fondato la Repubblica al suo posto.

Uno era la storia di un inizio. L'altro di un nuovo inizio.

In mezzo c'erano secoli, città perdute, guerre e Sèvres, imposto davanti a una nazione.

La risposta di Sèvres era un futuro disegnato da altri.

La risposta di Mustafa Kemal era molto più semplice:

Il destino della nazione turca sarebbe stato determinato dalla nazione turca stessa.

La Guerra d'Indipendenza fu l'affermazione di questa frase al mondo, prima sui campi di battaglia e poi a Losanna.

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