Euro
Arrow
55,6503
Dollaro
Arrow
49,5091
Sterlina
Arrow
65,9936
Oro
Arrow
6655,2849
BIST 100
Arrow
11.722
Home > Autori > Dr. Huzur Keskin > Mentre i falchi si scontrano: la 'lite in famiglia' della FED e il conto della guerra globale

Mentre i falchi si scontrano: la 'lite in famiglia' della FED e il conto della guerra globale

X Facebook WhatsApp Mail ISCRIVITI Google News
Pubblicato: 01.08.2026 06:00

Sebbene il cuore della finanza globale sembri battere a Washington, ormai il destino della politica monetaria è determinato dall'andamento delle tensioni negli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb.

La FED, nel suo quinto incontro dell'anno il 29 luglio, ha mantenuto i tassi di interesse invariati nel range del 3,50%-3,75%, proseguendo con una strategia di "attesa". Tuttavia, sotto la superficie si cela una disputa molto più aspra: la decisione è stata presa con 9 voti favorevoli e 3 contrari. La presidente della FED di Cleveland Beth Hammack, il presidente della FED di Minneapolis Neel Kashkari e il presidente della FED di Dallas Lorie Logan hanno votato a favore di un aumento di 25 punti base, citando un'inflazione che continua a viaggiare al di sopra dell'obiettivo del 2%.

Questa divergenza rappresenta la prima frattura dal 2016 in cui tre membri della FED si sono allineati contemporaneamente sul fronte dei falchi, votando contro la decisione. La definizione di "sana lite in famiglia" data dal nuovo presidente della FED Kevin Warsh durante la conferenza stampa non è sufficiente a nascondere le profonde divergenze di opinione emerse. Infatti, l'enfasi posta nel documento del FOMC sull'"incertezza derivante dai conflitti in Medio Oriente" dimostra come i rischi geopolitici siano ormai ufficialmente entrati nel tavolo delle decisioni sui tassi. Il fatto che i mercati prezzino una probabilità del 59% di un rialzo dei tassi per settembre indica che la politica monetaria globale è ormai direttamente legata all'andamento del conflitto in Medio Oriente.

Il conto del petrolio e il tavolo rigoroso di Ankara

L'equivalente di questa equazione globale nel bilancio della Turchia è chiaro: la bolletta energetica. La pressione geopolitica sul petrolio Brent significa, per la Turchia, che è un importatore netto, un'ondata di costi direttamente inflazionistica.

Infatti, la Banca Centrale della Repubblica di Turchia (TCMB), nel riassunto della riunione del Comitato di Politica Monetaria dell'11 giugno, ha sottolineato che la volatilità dei prezzi dell'energia persiste a causa delle incertezze legate agli sviluppi geopolitici. In questo contesto, la TCMB ha mantenuto il suo tasso di riferimento invariato al 37% per la quarta volta consecutiva, preservando la sua posizione da falco e sottolineando nel documento che "la politica monetaria sarà inasprita qualora si prevedesse un deterioramento significativo e persistente delle prospettive di inflazione". Questa dichiarazione dimostra che, al tavolo della politica monetaria di Ankara, lo Stretto di Hormuz ha ormai lo stesso peso di Washington.

Vertice di Ankara: l'ondata di riarmo da 50 miliardi di dollari

Dall'altra parte del tavolo ci sono gli storici risultati del 36° Vertice NATO tenutosi ad Ankara il 7-8 luglio. Secondo il comunicato finale del vertice, gli alleati hanno firmato massicci accordi di fornitura per la difesa che superano i 50 miliardi di dollari in un solo giorno. Questo enorme passo, compiuto in linea con l'obiettivo della NATO di destinare il 5% del PIL alla difesa entro il 2035, porta l'aumento della spesa degli alleati europei e del Canada nel 2025 a una nuova dimensione, pari a 139 miliardi di dollari.

Il nuovo pacchetto militare destinato all'Ucraina, pari a 70 miliardi di euro (circa 82 miliardi di dollari), unito alle decisioni di acquisto congiunto di 10 aerei di allerta precoce GlobalEye e droni MQ-4C Triton, rivela chiaramente in quale tipo di "economia di guerra" stia entrando l'economia globale.

La Turchia tra rischio e opportunità

Proprio a questo punto è necessario aprire una parentesi estremamente critica per la Turchia. Al Forum dell'Industria della Difesa nell'ambito del Vertice NATO, l'ecosistema turco, che ha raggiunto un tasso di produzione locale dell'82% e lavora con oltre 3.500 fornitori, è stato citato come esempio dallo stesso Segretario Generale Mark Rutte. In particolare, la partecipazione attiva della Turchia al nuovo progetto di standardizzazione delle munizioni di artiglieria da 155 mm della NATO dimostra chiaramente il potenziale del Paese di ottenere una quota concreta da questa gigantesca ondata di acquisti e modernizzazione su scala globale.

Secondo le stime della NATO per il 2026, mentre si prevede che la spesa totale per la difesa dei membri dell'alleanza supererà gli 1,8 trilioni di dollari, si prevede che la spesa per la difesa della Turchia si attesterà intorno ai 48 miliardi di dollari. Con questo ammontare di spesa nominale, la Turchia si posiziona come l'ottavo paese che spende di più per la difesa all'interno dell'alleanza di 32 membri, mentre il rapporto tra la sua spesa e il PIL dovrebbe essere del 2,85%; questo tasso coincide quasi perfettamente con la media NATO del 2,86% e supera la quota destinata da importanti membri dell'alleanza come Germania (2,69%), Francia (2,22%) e Regno Unito (2,56%).

D'altra parte, di fronte al rischio che la tensione sulla linea Baltico-Polonia si estenda al Mar Nero, il peso strategico della Convenzione di Montreux assume ancora una volta una dimensione vitale. La Turchia, in quanto unico custode degli Stretti e attore diplomatico chiave della regione, deve mantenere questo delicato equilibrio politico. Il Paese, da un lato, rafforza la sua integrazione nella difesa con l'Occidente, dall'altro spinge al massimo il suo spazio di manovra diplomatica per evitare di diventare un bersaglio diretto delle escalation regionali.

Conclusione: rafforzamento o guadagno di tempo?

Da una parte la spaccatura 9 a 3 della FED, dall'altra l'incendio in Medio Oriente e gli enormi budget per il riarmo dell'Europa... La Turchia sta affrontando rischi e grandi opportunità su tre fronti contemporaneamente.

Mentre l'aumento dei costi energetici e la pressione sulla lira turca creano vulnerabilità a breve termine, l'integrazione dell'industria della difesa e il ruolo di attore geopolitico promettono un rafforzamento strategico a medio-lungo termine. Per la Turchia, che possiede il secondo esercito più grande della NATO e un alto tasso di produzione locale, la vera domanda è: Ankara uscirà da questa tempesta globale su tre fronti rafforzata strategicamente ed economicamente, o rimarrà in una posizione di spettatore passivo che guadagna solo tempo?

La risposta sarà determinata dalla decisione della FED di settembre, dall'intensità delle onde a Hormuz e dalle nuove firme sulla difesa che l'Europa apporrà.

Ultimi articoli dell'autore Tutti gli articoli