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Tolstoj: l'uomo che ha avuto il coraggio di vivere ciò che scriveva

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Pubblicato: 27.07.2026 06:00

Lev Nikolaevič Tolstoj, considerato uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, nacque il 28 agosto 1828 a Jasnaja Poljana, circa 200 chilometri a sud di Mosca. Era figlio di una famiglia nobile. Sua madre, la principessa Marija Volkonskaja, morì quando Tolstoj aveva solo due anni. Suo padre, il conte Nikolaj Tolstoj, tenente colonnello in pensione che aveva partecipato alla guerra napoleonica del 1812, morì sette anni dopo. Quarto di cinque figli, Tolstoj rimase orfano di entrambi i genitori all'età di nove anni e crebbe sotto la tutela delle sue due zie.

Fin dall'infanzia possedeva una curiosità insaziabile per l'apprendimento. Non fu uno studente brillante nell'istruzione formale; tuttavia, la ragione non era il fallimento, ma la sua preferenza per l'autoformazione rispetto alla disciplina scolastica. Dopotutto, apparteneva a una famiglia aristocratica. Aveva ereditato circa 2.180 ettari di terreno e centinaia di servi della gleba.

I suoi diari rivelano anche le opere che lo influenzarono durante gli anni dell'infanzia. La storia di Giuseppe nella Bibbia, Le mille e una notte, i poemi epici russi e le poesie di Puškin lasciarono tracce profonde nella sua mente. Tolstoj è uno dei tre grandi nomi definiti "profeti" nella letteratura russa; gli altri due sono Puškin e Dostoevskij.

Negli anni della giovinezza divenne un fervente seguace di Jean-Jacques Rousseau. Dickens, Sterne e Schiller erano tra gli scrittori occidentali che ammirava. Nel suo paese, invece, subì l'influenza di Puškin, Gogol' e Turgenev. Il Discorso della Montagna, in particolare nel Vangelo secondo Matteo, divenne uno dei testi che determinarono la sua concezione morale.

Durante i suoi viaggi in Europa, incontrò Victor Hugo e nutrì una grande ammirazione per il romanzo I miserabili. A Bruxelles, invece, incontrò il pensatore anarchico Pierre-Joseph Proudhon. Questo incontro fu determinante nell'approfondire le sue critiche allo Stato e alla proprietà.

Tuttavia, leggere Tolstoj solo come un grande romanziere sarebbe riduttivo. La sua vera grandezza risiedeva nel tentativo di eliminare la distanza tra i suoi pensieri e la sua vita.

Considerava lo Stato, per sua natura, un meccanismo che produce violenza. In particolare, le esperienze vissute durante la guerra di Crimea lo trasformarono in un pacifista convinto. Negli anni successivi iniziò a mettere in discussione la proprietà privata; lo dimostrò non solo teoricamente, ma anche nella pratica quotidiana. Si tolse gli abiti aristocratici per vestirsi come i contadini, lavorò nei campi e aprì tredici scuole per bambini. È interessante notare che anche lui ebbe tredici figli.

I pensieri di Tolstoj influenzarono non solo la Russia, ma il mondo intero. Corrispose con il Mahatma Gandhi; Tolstoj ebbe un ruolo importante nel plasmare la concezione della nonviolenza di Gandhi. In seguito, anche Martin Luther King Jr. si sarebbe nutrito della stessa tradizione di pensiero.

Il regime zarista e la Chiesa ortodossa russa erano infastiditi da queste idee. In particolare, dopo la pubblicazione del romanzo Resurrezione, fu scomunicato dalla Chiesa ortodossa nel 1901. Tuttavia, questa decisione non diminuì la sua autorità morale; al contrario, la rafforzò.

Uno dei nomi menzionati insieme a Tolstoj è Lenin. Nel suo articolo intitolato "Lev Tolstoj, specchio della rivoluzione russa", Lenin afferma che le sue opere riflettono le contraddizioni della Russia zarista con una chiarezza straordinaria. Tolstoj non era un rivoluzionario; tuttavia, il suo successo nel diagnosticare l'ordine sociale in decomposizione aveva attirato l'attenzione di Lenin.

D'altra parte, anche Tolstoj fu profondamente influenzato da temi come la lotta alla povertà, l'ingiustizia sociale e la critica alla proprietà, obiettivi dei socialisti e dei comunisti, condividendo simili preoccupazioni umane. D'altro canto, nei suoi diari annotò riflessioni sul socialismo e sui socialisti, esprimendo chiaramente le sue critiche in merito. Tolstoj sosteneva che il socialismo avesse identificato correttamente lo sfruttamento vissuto dai lavoratori, ma che cercasse la soluzione nel posto sbagliato. Secondo lui, i socialisti cercavano di cambiare solo l'ordine economico, trascurando la trasformazione morale dell'individuo.

Tolstoj scrive:

L'errore fondamentale nella comprensione del socialismo da parte delle persone è che confondono la lotta contro lo sfruttamento del capitale con la società socialista che si presume verrà stabilita in futuro. La prima è naturale e utile; la seconda è un sogno impossibile.

Critica anche l'idea dei socialisti secondo cui aumentando la produzione tutti raggiungerebbero il benessere. Afferma che il problema non è l'insufficienza della produzione, ma la ricchezza unita al desiderio di consumo illimitato. Secondo lui, la giustizia non emerge spontaneamente con l'aumento della ricchezza; al contrario, il potere di chi detiene il comando cresce ulteriormente.

Spiega questa situazione con una metafora sorprendente:

"Proprio come una stufa in cui viene gettata continuamente legna ma il cui sportello viene lasciato aperto non può riscaldare la casa, anche il solo aumento della produzione non può salvare l'umanità."

Tolstoj valorizza modelli economici basati sulla cooperazione e sulla solidarietà anziché sulla concorrenza. Nonostante ciò, crede che la soluzione finale non sia economica, ma morale. La questione principale è che l'uomo freni il suo desiderio illimitato di consumo.

Ai suoi occhi, la base della trasformazione sociale è la coscienza umana, prima ancora dei rapporti di produzione.

Per questo motivo dice:

"L'unica soluzione è mostrare alle persone che il vero bene non è la ricchezza."

Anche l'interpretazione del cristianesimo di Tolstoj diventa determinante qui. Secondo lui, non si può costruire una società giusta senza realizzare il principio di amore, sacrificio e vita per gli altri insegnato da Gesù. Nei suoi diari scrive questa frase:

La giustizia e l'uguaglianza reale sono possibili solo se l'uomo rinuncia a se stesso e trova il senso della propria vita nel servire gli altri.

Arrivati a questo punto, concludiamo il nostro scritto ponendo questa domanda: cosa ci è rimasto di Tolstoj?

Tolstoj ha racchiuso nei suoi ottantadue anni di vita non solo opere immortali come Guerra e pace e Anna Karenina, ma anche grandi domande rivolte alla coscienza dell'umanità. Il suo tentativo di distribuire la sua ricchezza ai contadini, il rifiuto della proprietà e la scelta di una vita semplice sono stati l'esempio più concreto del suo sforzo di colmare il divario tra ciò che scriveva e ciò che viveva. Queste scelte causarono il deterioramento dei rapporti con la sua famiglia.

Negli ultimi giorni della sua vita, lasciò la sua casa e partì per un viaggio silenzioso. Tuttavia, il suo corpo non aveva più la forza di completare questo viaggio. Il 20 novembre 1910, alla stazione ferroviaria di Astapovo, chiuse gli occhi per sempre nella casa del capostazione.

Non ha lasciato dietro di sé solo grandi romanzi.

Ha lasciato una grande eredità che invita a ripensare lo Stato, la proprietà, la religione, la violenza, la coscienza e la ricerca della verità da parte dell'uomo.

Forse ciò che rende Tolstoj immortale non è stata solo la sua penna potente.

È stato l'aver avuto il coraggio di vivere la vita che scriveva.

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