Trova le notizie pubblicate nell'intervallo di date seguente
e e
e e
e e
Pulisci
Euro
Arrow
53,4999
Dollaro
Arrow
44,7531
Sterlina
Arrow
62,6848
Oro
Arrow
6042,3015
BIST 100
Arrow
10.729

Il silenzio dei Paesi arabi sulla Palestina

Il piano di sfollamento dei palestinesi, perseguito da Israele sin dalla sua fondazione nel 1948, prosegue senza sosta. Negli attacchi lanciati da Israele contro Gaza il 7 ottobre, centinaia di persone hanno perso la vita e l'insufficienza degli aiuti umanitari ha aggravato ulteriormente queste perdite. I palestinesi definiscono l'esilio e le migrazioni forzate che subiscono dal 1948 come "Nakba", ovvero "catastrofe". Anche oggi, appare evidente che l'obiettivo di Israele sia quello di costringere nuovamente i palestinesi alla fuga per impedire la creazione di uno Stato palestinese indipendente.

Sebbene i palestinesi di Gaza cerchino di sfuggire agli attacchi israeliani, resta controverso quanto i Paesi arabi siano disposti ad accoglierli di fronte a questo dramma. Circondati da giochi di potere legati al petrolio e all'instabilità, i Paesi arabi vedono Gaza quasi come un "cerchio di fuoco" e non intraprendono alcuna iniziativa concreta contro le misure che rafforzano le politiche di Israele. Nonostante la tragedia a Gaza, l'atteggiamento di Egitto e Giordania è rimasto ben lontano dall'alleviare questo dramma.

Le preoccupazioni di Egitto e Giordania

I palestinesi che tentano di fuggire da Gaza hanno trovato le porte chiuse ai confini con l'Egitto e la Giordania. La Giordania, preoccupata per l'instabilità, non ha voluto che si ripetesse la situazione in cui l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) divenne una forza armata sul proprio territorio, come accaduto durante gli eventi del "Settembre Nero del 1970", rimasti impressi nella memoria come un punto di rottura profonda nelle relazioni tra il mondo arabo e le organizzazioni palestinesi. Per questo motivo, adducendo come giustificazione l'elevata presenza di popolazione palestinese già residente nel Paese, ha chiuso le porte a una nuova ondata migratoria.

L'Egitto, dal canto suo, ha sostenuto che forzare lo spostamento dei civili verso il territorio egiziano rappresenti un'iniziativa che minaccia la pace nella regione. In questo atteggiamento dell'Egitto hanno influito la lotta condotta contro i Fratelli Musulmani, il timore di uno scontro diretto con Hamas e le preoccupazioni per la sicurezza. L'amministrazione egiziana, che nel 2007 ha chiuso i tunnel verso Gaza, teme che l'accordo di pace firmato con Israele nel 1979 possa essere messo a rischio e che Israele possa attaccare il territorio egiziano dove si insedierebbero i rifugiati palestinesi.

Il silenzio del mondo arabo non si limita solo a questi due Paesi. Anche le politiche dei Paesi del Golfo riflettono un quadro simile.

I Paesi del Golfo e il processo di normalizzazione con Israele

Sebbene l'Arabia Saudita affermi che "non ci sarà normalizzazione con Israele senza la creazione di uno Stato palestinese", la credibilità di questa retorica è diminuita dopo gli Accordi di Abramo. I Paesi del Golfo, che il presidente americano Donald Trump pensava potessero investire nel piano Riviera a Gaza, non vedono di buon occhio gli investimenti in territori controllati da Hamas. Anche il fatto che le Nazioni Unite non abbiano adottato misure concrete per risolvere il problema dimostra che le dichiarazioni di "sostegno alla Palestina" rimangono spesso puramente simboliche.

Per interpretare correttamente questo silenzio e questa reticenza, è necessario guardare al passato storico che ha portato il mondo arabo a mettere in secondo piano la questione palestinese.

La perdita di priorità della questione palestinese nel mondo arabo

Israele è emerso come un modello di Stato-nazione che ha riunito gli ebrei della diaspora durante il suo processo di fondazione e, nel tempo, è diventato una potenza regionale con politiche di espansione dei propri confini. I Paesi arabi, invece, hanno vissuto grandi cambiamenti nel corso della storia. La perdita di influenza del socialismo, la trasformazione ideologica dei movimenti islamisti e la sostituzione di leader resistenti come Gamal Abd el-Nasser con amministrazioni che evitano il conflitto con l'Occidente hanno portato la questione palestinese a perdere priorità nel mondo arabo.

A differenza di quanto accade in Occidente, le proteste anti-israeliane sono quasi inesistenti nei Paesi arabi governati da regimi autoritari. La ragione di ciò può essere interpretata nel rischio che i movimenti popolari possano, in futuro, mettere in discussione anche il proprio potere interno. Oggi, la preoccupazione più critica del mondo arabo è la pressione sociale ed economica che una nuova ondata di rifugiati creerebbe.

L'indifferenza del mondo arabo verso la questione palestinese non è solo attuale, ma è un fatto noto che esempi simili si siano verificati nel corso della storia. La nascita della Conferenza Islamica nel 1969 è un indicatore importante di questo processo.

Dalla Conferenza Islamica a oggi: molta retorica, nessuna sanzione

L'incendio della Moschea al-Aqsa a Gerusalemme, avvenuto il 22 agosto 1969, ha gettato le basi per la nascita dell'Organizzazione della Conferenza Islamica. L'organizzazione, ufficializzata nel 1972, aveva una struttura politica e non religiosa. I suoi obiettivi principali erano la protezione dei luoghi sacri, il sostegno al popolo palestinese e la posizione contro il colonialismo.

Negli anni, l'agenda delle riunioni è sempre iniziata e finita con la Palestina. Tuttavia, questi incontri non hanno portato alcun guadagno concreto al popolo palestinese. Ancora oggi non esiste una singola decisione di sanzione contro Israele. In passato, le politiche dei Paesi arabi, riassunte come "no alla pace, no ai negoziati, no al riconoscimento", non hanno rappresentato una minaccia per Israele; al contrario, l'inefficacia di tali politiche ha rafforzato ulteriormente la posizione israeliana.

In conclusione, sebbene i Paesi arabi appaiano forti nelle loro dichiarazioni, non intraprendono passi concreti contro la tragedia di Gaza. Di conseguenza, il silenzio e l'inadeguatezza diplomatica aggravano la disperazione del popolo palestinese.