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Crisi, deterrenza e contenimento: dove sta trascinando l'Iran la strategia USA-Israele?

Prof.ssa Associata Yeşim Demir

Questa guerra, in cui il diritto internazionale è stato gravemente violato con l'attacco di Israele all'Iran, ha portato la tensione nella regione a una nuova dimensione. Gli Stati Uniti, che in passato avevano fornito un sostegno esplicito a Israele durante le guerre arabo-israeliane senza però partecipare direttamente ai conflitti, questa volta sono stati coinvolti in prima persona fin dall'inizio delle ostilità. Le dichiarazioni rilasciate dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump rivelano chiaramente gli obiettivi strategici che si celano dietro questo intervento. Si osserva inoltre che anche gli Stati europei, con le loro posizioni anti-iraniane, stanno sostenendo Israele in questo processo. Per gli Stati Uniti, questa guerra non è solo un intervento militare, ma viene valutata come un'opportunità strategica per costruire un'architettura di sicurezza regionale a lungo termine contro l'Iran.

In linea con questa strategia, gli Stati Uniti hanno sostenuto il processo di normalizzazione delle relazioni tra Israele e gli Stati arabi nel quadro degli Accordi di Abramo, perseguendo una politica volta a escludere l'Iran dall'equazione regionale. Washington sta attuando una politica di contenimento che circonda l'Iran attraverso le basi militari dislocate nei paesi del Golfo.

La pressione sull'Iran non si è limitata alle sole sanzioni economiche, ma si è gradualmente trasformata in un intervento militare diretto. È evidente che questa strategia viene attuata per fasi: l'eliminazione tramite omicidi mirati di alti comandanti del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e dei leader di Hamas e Hezbollah, l'indebolimento del regime di Assad in Siria e il respingimento delle forze per procura costituiscono i tasselli di questo processo.

Un'altra dimensione dell'attacco statunitense contro l'Iran riguarda i limiti della capacità militare di Israele. Il fatto che Israele non disponga di bombe anti-bunker in grado di distruggere le strutture nucleari sotterranee iraniane e che si stia avvicinando ai limiti della sua capacità di attacco potrebbe aver reso necessario l'intervento degli Stati Uniti. In questo contesto, l'intervento americano può essere interpretato anche come un tentativo di prevenire una possibile sconfitta di Israele. Inoltre, non ci si poteva aspettare che Trump rimanesse neutrale in questa guerra, date le ingenti donazioni ricevute da uomini d'affari ebrei durante la sua campagna elettorale.

In risposta all'attacco di Israele, anche l'Iran ha avviato delle ritorsioni; questa reazione ha assunto un carattere più serio rispetto alle limitate risposte del passato. In particolare, dopo l'assassinio di Qasem Soleimani da parte degli Stati Uniti nel 2020, la risposta puramente simbolica dell'Iran aveva creato nell'opinione pubblica la percezione che Teheran avrebbe continuato a seguire una linea più cauta. Tuttavia, gli ultimi sviluppi dimostrano che questa situazione è cambiata.

L'entità dei danni causati dall'attacco statunitense alle strutture nucleari non è ancora chiara. L'Iran ha dichiarato che è stata danneggiata solo la parte in superficie del sito nucleare di Fordo e che la riparazione è possibile. Tuttavia, il vero dibattito verte su come l'Iran risponderà a questi attacchi. In questo quadro, l'opzione della chiusura dello Stretto di Hormuz è entrata seriamente nell'agenda.

Si ritiene che l'Iran abbia due assi strategici fondamentali: la chiusura dello Stretto di Hormuz e l'attacco diretto alle basi statunitensi presenti nella regione. Sebbene il Parlamento iraniano abbia approvato una decisione in merito alla chiusura dello Stretto di Hormuz, l'entrata in vigore di tale misura richiede l'approvazione sia del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale che della Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei. Considerando questo aspetto e il fatto che sia stato dichiarato un cessate il fuoco, l'adozione di un passo così radicale non sembra probabile. Inoltre, si osserva che durante la guerra il flusso di petrolio dal Golfo Persico è stato garantito senza problemi e non vi sono stati interventi contro le navi di alcun paese. Il commercio è proseguito come se la guerra non esistesse. 

La seconda opzione, ovvero l'attacco alle basi statunitensi, contiene un messaggio diverso. In particolare, l'attacco alla base USA in Qatar, effettuato previa notifica, riflette la strategia dell'Iran di mantenere la propria capacità di deterrenza inviando al contempo un messaggio senza innescare un conflitto diretto. Questa azione può anche essere interpretata come un tentativo dell'Iran, che sta perdendo influenza in Siria, di mantenere la propria presenza nell'equazione regionale.

QUALI SONO I CALCOLI DIETRO QUESTA CRISI?

La preoccupazione principale di Israele e degli Stati Uniti non riguarda solo la capacità nucleare dell'Iran, ma soprattutto i suoi sistemi di missili balistici, in particolare quelli con caratteristiche ipersoniche, estremamente difficili da intercettare. La minaccia che questi sistemi potrebbero rappresentare in futuro viene indicata come la giustificazione fondamentale degli attacchi attuali.

L'Iran, dal canto suo, ha dichiarato che non rimarrà passivo di fronte a questi attacchi, ma ha preferito dare risposte misurate che non portino a una guerra totale. La chiusura dello Stretto di Hormuz, incidendo profondamente sui mercati energetici globali, potrebbe provocare la reazione di molti attori, in particolare Cina e paesi europei. Per questo motivo, un passo del genere comporta un rischio strategico anche per l'Iran.

D'altra parte, sebbene gli attacchi aerei dell'Iran rafforzino il morale e il senso di resistenza della popolazione nella politica interna, è noto che la sua capacità missilistica non è illimitata. L'Iran cerca di mantenere aperta la porta diplomatica mentre invia messaggi di deterrenza. Tuttavia, è probabile che l'avvio di tali negoziati richieda tempo, poiché dipende dal ripristino di un clima di fiducia.

COSA SUCCEDERÀ ADESSO?

Il modo in cui la crisi si configurerà in futuro dipende in gran parte dalle mosse che le parti compiranno nel prossimo periodo. Se gli interventi militari dovessero trasformarsi in un obiettivo strategico, il rischio di un'instabilità permanente su scala regionale e globale diventerebbe inevitabile. Pertanto, è di vitale importanza per la sostenibilità del sistema internazionale che le parti evitino di innescare una guerra a lungo termine per guadagni a breve termine.

Non è ancora chiaro se il cessate il fuoco annunciato dopo i conflitti definiti la "Guerra dei 12 giorni" sia una calma duratura o il presagio di una nuova guerra. Tuttavia, parlare di una pace a lungo termine tra Iran e Israele non sembra affatto possibile nelle condizioni attuali. Dalla Rivoluzione iraniana del 1979, l'Iran definisce Israele il "piccolo Satana" e crede che debba essere eliminato. D'altro canto, Israele ha reso la garanzia della propria esistenza nella regione una politica di Stato. Questa situazione di ostilità reciproca, basata su fondamenta ideologiche, rende difficile il raggiungimento di una pace vera e propria.

Appare evidente che entrambi gli Stati abbiano bisogno della percezione di un "nemico" per mantenere la propria legittimità politica e il sostegno dell'opinione pubblica interna. In questo contesto, sebbene non ci si aspetti che il cessate il fuoco annunciato sia pienamente sostenibile, è probabile che gli scontri diretti vengano sostituiti da attacchi a bassa intensità. Inoltre, si ritiene che Israele e gli Stati Uniti abbiano fatto passi significativi verso l'obiettivo prioritario di distruggere gli impianti nucleari iraniani. Se tali strutture fossero state effettivamente danneggiate, l'Iran potrebbe impiegare diversi anni per renderle nuovamente operative. Tuttavia, l'elevata capacità missilistica dell'Iran e la sua abilità nel compensare rapidamente i danni indicano che le scorte di missili esistenti potrebbero essere utilizzate in caso di minacce imminenti.

Questo cessate il fuoco rappresenta anche un'opportunità di politica interna per Trump, che non è riuscito a mantenere la promessa di porre fine alla guerra in Ucraina. Dimostrando di aver svolto un ruolo efficace nel conflitto tra Iran e Israele, ha ottenuto la possibilità di provare ai suoi elettori il proprio successo in politica estera.

Un altro sviluppo degno di nota nei giorni successivi all'annuncio del cessate il fuoco è stato l'appello rivolto al popolo iraniano da due figure chiave dell'opposizione al regime, avvenuto a Parigi in giorni consecutivi. Reza Pahlavi, ex principe ereditario dell'Iran noto per i suoi forti legami con gli Stati Uniti e Israele, e Maryam Rajavi, leader dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, che gode di un sostegno limitato tra la popolazione, hanno invitato il popolo iraniano a rovesciare l'attuale regime. Sebbene nella società iraniana vi sia una tendenza generale verso un cambio di regime, essa rimane cauta nei confronti di figure leader sostenute dall'estero.

La tensione tra Iran e Israele non si limita a uno scontro ideologico tra i due Stati, ma costituisce una crisi multidimensionale con il potenziale di rimodellare gli equilibri di potere regionali. Ciò dimostra che la crisi si è trasformata in un problema di sicurezza globale che comprende non solo elementi militari, ma anche ideologici, diplomatici ed economici. Mentre ciascuna delle parti cerca di massimizzare le proprie priorità di sicurezza, il rischio di un'escalation incontrollata della crisi pone gravi minacce alla sicurezza regionale e globale. La natura temporanea del cessate il fuoco rivela che l'attuale status quo nella regione non è sostenibile e che nuove dinamiche di conflitto potrebbero attivarsi in qualsiasi momento. Per questo motivo, appare essenziale per la stabilità a lungo termine che, oltre alle soluzioni militari, vengano perseguite con la stessa determinazione anche le vie diplomatiche.