Grave accusa del Sudan contro il Regno Unito
Il Sudan ha accusato il Regno Unito di interferire nei propri affari interni, avendo "modificato la forma e la natura" di una sessione di consultazioni a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) tenutasi lunedì in merito alla situazione sudanese.
In una dichiarazione scritta, il Ministero degli Esteri sudanese ha affermato che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva indetto una riunione per discutere il reclamo del Sudan contro gli Emirati Arabi Uniti (EAU), accusati di fornire un "sostegno multidimensionale" alle Forze di Supporto Rapido (RSF), un gruppo paramilitare.
Nella nota si legge: "Il Regno Unito ha interferito negli affari interni del Paese modificando la forma e la natura della sessione di consultazioni a porte chiuse tenutasi al Consiglio di Sicurezza, trasformandola in una riunione sulla situazione generale in Sudan e, in particolare, sulla situazione nella regione di El-Fasher, nel Sudan occidentale".
Il Ministero ha espresso rammarico per il fatto che il Regno Unito, in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza, abbia abbandonato il proprio dovere morale e politico, nonché l'obbligo di affrontare i problemi del Sudan in sede di Consiglio, in cambio dei propri interessi commerciali con gli Emirati Arabi Uniti.
La dichiarazione accusa il governo britannico di tenere incontri segreti con le RSF, descritte come un gruppo che "possiede tutte le caratteristiche dei gruppi terroristici", affermando che ciò rende il Regno Unito complice delle atrocità commesse dalle RSF e dai loro sponsor, oltre che sostenitore della loro impunità.
RICORDATO L'EMBARGO SULLE ARMI
La dichiarazione riferisce che la suddetta sessione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza dell'ONU si è svolta la mattina del 29 aprile e che i membri hanno chiesto alle RSF di porre fine ai loro attacchi intorno a El-Fasher e di impegnarsi a non attaccare alcuna città.
Nella nota si afferma che i membri del Consiglio hanno invitato le parti regionali a rispettare l'embargo sulle armi imposto al Darfur in conformità con la risoluzione 1591 del 2005 del Consiglio.
La dichiarazione prosegue affermando che i membri del Consiglio presenti alla riunione hanno inoltre sollecitato la ripresa dei negoziati di Gedda tra l'esercito sudanese e le Forze di Supporto Rapido, la facilitazione di un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari e il rispetto del diritto internazionale umanitario, sottolineando che non è stata raggiunta alcuna decisione durante l'incontro, limitandosi a quanto già espresso nella dichiarazione del 27 aprile.
Il 29 marzo, il Sudan aveva presentato un reclamo al Consiglio di Sicurezza dell'ONU contro gli Emirati Arabi Uniti con l'accusa di sostenere le RSF; gli EAU hanno respinto tali accuse.
Anche l'ambasciatore Al-Haris Idris, rappresentante del Sudan presso le Nazioni Unite, in una lettera inviata al Consiglio di Sicurezza dell'ONU il 27 aprile, aveva richiesto la convocazione di una sessione per discutere quella che ha definito la "fomentazione della guerra" nel suo Paese da parte degli EAU attraverso il sostegno alle RSF, annunciando che Khartoum rifiuta la partecipazione di Abu Dhabi a qualsiasi soluzione della crisi sudanese.
SULLA GUERRA IN SUDAN
La lotta di potere tra l'esercito e le RSF, che avevano compiuto un colpo di stato congiunto contro il governo formato con la partecipazione di civili dopo la caduta del regime trentennale di Omar al-Bashir a seguito di una rivolta popolare, prosegue da un anno.
Nella guerra, iniziata a metà aprile 2023 e che prosegue in 10 dei 18 stati del Sudan, l'esercito controlla gli stati del nord e dell'est, mentre le RSF sono riuscite a prendere il controllo degli stati occidentali e meridionali.
I colloqui di Gedda, mediati da Arabia Saudita e Stati Uniti per porre fine alla guerra, l'iniziativa di pace dei Paesi vicini al Sudan guidata dall'Egitto, gli sforzi dell'Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) nell'Africa orientale e gli incontri tenutisi a Manama, capitale del Bahrein, non hanno prodotto risultati.
Secondo l'ONU, a causa dei conflitti in Sudan, che sta vivendo la più grande crisi di sfollamento e fame al mondo, oltre 15.000 persone hanno perso la vita, circa 8,5 milioni di persone sono state sfollate e oltre 25 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari.
Fonte della notizia: AA
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