Sentenza nel processo a carico di Başak Demirtaş
È stata emessa la sentenza nel processo a carico di Başak Demirtaş, moglie dell'ex co-presidente dell'HDP Selahattin Demirtaş, accusata di 'falsificazione di documenti ufficiali'.
È stata emessa la sentenza nel processo a carico di Başak Demirtaş, moglie dell'ex co-presidente dell'HDP Selahattin Demirtaş, condannato a 43 anni e 8 mesi di carcere nel cosiddetto "Processo Kobane".
Başak Demirtaş e il medico Rezan Buğday, accusati di “falsificazione di documenti ufficiali”, reato per il quale rischiavano 2 anni e mezzo di reclusione, sono stati assolti. L'accusa sosteneva che la donna avesse ottenuto certificati medici irregolari senza essere effettivamente malata durante i suoi viaggi all'estero e che il medico del centro di salute familiare li avesse rilasciati senza sottoporla a visita.
Secondo quanto riportato da Özgür Cebe di Sözcü, la corte d'appello aveva richiesto che il registro di protocollo, contenente la data di emissione del certificato di 5 giorni redatto dal medico Rezan Buğday, venisse acquisito dagli enti competenti e sottoposto a perizia tecnica prima di essere inserito nel fascicolo.
CONTRARIO ALLA PROCEDURA E ALLA LEGGE
Secondo le accuse, in merito al rilascio di certificati con date retroattive, era stata indicata la necessità di ascoltare in udienza la segretaria del centro di salute. La corte d'appello aveva chiesto di identificare chi tenesse il registro del poliambulatorio e di determinare la data esatta di rilascio del certificato di malattia tramite il registro delle prescrizioni. Tuttavia, tali questioni erano state affrontate con un'istruttoria incompleta e motivazioni insufficienti, portando a una condanna per i due imputati, giudicata contraria alla procedura e alla legge.
Il tribunale penale superiore, nel riesaminare il caso, ha rilevato che Başak Demirtaş, all'epoca insegnante di turco, aveva ottenuto 8 certificati medici di durata variabile tra i 5 e i 45 giorni e che, utilizzando certificati non veritieri, si era recata con il marito da Istanbul a Francoforte dall'aeroporto Atatürk, per poi rientrare con il volo Amsterdam-Istanbul. È stato affermato che, nonostante Demirtaş fosse rientrata in Turchia il 15 dicembre, aveva ottenuto un certificato medico datato 14 dicembre, risultando in malattia in Turchia mentre si trovava all'estero. È stato sostenuto che il certificato fosse stato emesso senza che il medico l'avesse visitata, previa registrazione dell'ingresso in ambulatorio, e che la donna avesse poi consegnato il documento all'amministrazione scolastica al suo rientro.
I TESTIMONI NON ERANO A CONOSCENZA DEI FATTI
Il tribunale ha dichiarato che, sebbene fossero stati richiesti gli originali dei registri di protocollo al centro di salute, è stato comunicato che tali documenti non erano più disponibili. La segreteria generale dell'unione degli ospedali pubblici ha informato il tribunale tramite verbale che, a seguito dell'accorpamento della direzione dei servizi di salute pubblica all'interno della direzione sanitaria provinciale, tutti i documenti, gli archivi e il personale erano stati centralizzati e che i registri non si trovavano più in archivio a causa del processo di trasferimento e fusione. Poiché non è stato possibile reperire il registro di protocollo, il tribunale ha stabilito che non vi fossero prove sufficienti a dimostrare che i due imputati avessero emesso certificati irregolari o commesso falsificazione di documenti ufficiali, aggiungendo che anche le ostetriche, gli infermieri e gli assistenti medici ascoltati come testimoni non erano a conoscenza dei fatti.
PROVE INSUFFICIENTI
Il tribunale ha sottolineato che, nel caso concreto, occorre considerare il principio universale della presunzione di innocenza, pilastro del diritto processuale penale volto a raggiungere la verità materiale, punire il colpevole e ripristinare l'ordine pubblico. Indicando che la condizione fondamentale per una condanna è la prova certa del reato, al di là di ogni ragionevole dubbio, il tribunale ha affermato che non si possono emettere sentenze di condanna basate su accuse dubbie o non pienamente chiarite, interpretandole a sfavore dell'imputato. Sottolineando che una condanna penale deve basarsi su prove chiare e inconfutabili, e non su probabilità, il tribunale ha precisato che tale prova deve derivare da un quadro probatorio completo e non da una selezione parziale delle prove. Non essendo emersi elementi probatori sufficienti, legali, privi di dubbi e convincenti a sostegno dell'accusa, e non essendo stato possibile provare i fatti tramite le testimonianze, il tribunale ha deciso per l'assoluzione di Başak Demirtaş e del medico, applicando il principio universale del "favor rei" (in dubio pro reo).
Fonte della notizia: 12punto
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